🎙️ COSTANZA

Automazione totale

Una settimana in cui sono sparito dal mondo

C'è un tipo preciso di euforia che conosco bene: quella del nerd che aspetta l'uscita del videogioco. Vai a letto e non dormi, ti svegli e pensi solo a quella cosa, salti la palestra, salti la dieta, mangi male, dimentichi che esiste il resto dell'universo. Ero convinto che l'evento più grande del mio 2026 sarebbe stato mettere le mani su un certo videogioco molto atteso. E invece l'ho vissuta identica, quell'euforia, ma per un terminale. Sono passato dal sognare una settimana di mutua da gamer al passare sette giorni chiuso in casa a costruire automazioni, con la stessa faccia di chi ha appena scoperto un tesoro. Diciamo che come storia da raccontare al bar è leggermente meno affascinante, ma il colpo di adrenalina è stato lo stesso.

La verità è che avevo dei progetti fermi da mesi, roba che avevo abbandonato con la classica frase di consolazione: «non è fattibile». Traduzione onesta: non avevo trovato il modo di farla. In una settimana un po' di quei progetti hanno smesso di essere fantasmi e hanno iniziato a camminare da soli.

Il lavoro che facevo a mano (e che non rimpiangerò)

Voglio essere concreto, perché è facile parlare di automazione a vanvera come se fosse magia. Prima registravo un video, poi lo caricavo a mano, aspettavo che si generasse la trascrizione, la scaricavo, e da lì partiva il resto: il titolo lo pensavo io, la copertina la montavo io sostituendo la faccia dello sconosciuto con la mia, la descrizione la scrivevo io, gli sponsor li selezionavo io. Ogni singolo pezzo passava dalle mie mani, e ogni pezzo era una piccola scusa per rimandare.

Adesso il mio contributo eroico si è ridotto a spostare un file in una cartella. Da lì parte tutto: il computer pulisce l'audio e lo rende qualità podcast, si scarica la trascrizione, scrive l'articolo, prepara la descrizione, cerca da solo le parole chiave giuste per il titolo, genera la copertina attaccandoci la mia faccia scontornata, e programma la pubblicazione. Io finisco di parlare, clicco stop, mi alzo. Torno mezz'ora dopo e è tutto pronto. La parte comica è che il mio ruolo, in tutto questo, è diventato quello del tizio che trascina un'icona sul desktop. Un lavoro che potrebbe fare mio nipote di sei anni, e probabilmente meglio di me.

Il tatuaggio che mi manca

C'è un principio che continuo a predicare e a tradire nello stesso respiro: il principio di Pareto. L'80% del risultato arriva dal 20% dello sforzo. Il resto — quella lima infinita, quel dettaglio che nota solo tu, quella virgola spostata per la quinta volta — è fatica che produce miglioramenti marginali. Sulla carta lo so benissimo. Nella pratica sono un perfezionista, cioè esattamente il tipo di persona che passa tre ore a decidere il carattere di un titolo che nessuno guarderà più di mezzo secondo.

Ho deciso che me lo farò tatuare, questo principio, come promemoria permanente. Perché è chiaro che leggerlo su una slide non basta: mi serve inciso sulla pelle il concetto che fatto è meglio che perfetto. È curioso che per convincermi a lavorare in modo più leggero io debba ricorrere a un ago, ma tant'è. Ognuno si autoconvince come può.

Automatizzare è anche un permesso

La cosa interessante non è tecnica, è psicologica. Per mesi mi ero raccontato che certi progetti non li potevo lanciare perché «chi ha il tempo di seguirli?». Il podcast, la seconda pagina, i contenuti quotidiani: tutti frenati dalla stessa paura di non reggere il carico. Togliere il lavoro ripetitivo di mezzo non mi ha solo fatto risparmiare ore, mi ha tolto la scusa. All'improvviso le cose che rimandavo «per mancanza di tempo» non avevano più quell'alibi comodo, e ho dovuto ammettere che il tempo non era mai stato il vero problema.

È questo il ribaltamento che sto vivendo: da divulgatore che fa tutto da solo a qualcuno che costruisce sistemi e poi si fa da parte. Un passaggio più imprenditoriale, dove il valore non è quanto lavoro con le mie mani, ma quanto bene ho disegnato il meccanismo che lavora al posto mio.

Il rischio di innamorarsi troppo

Detto questo, non voglio fare il venditore di sogni. C'è un lato scomodo di tutta questa faccenda, e sono io. Quando mi appassiono a qualcosa, ci sprofondo: ho mollato la palestra, la dieta, il sonno, e ho passato intere giornate dietro allo schermo con lo sguardo di chi ha visto la luce. L'automazione mi ha liberato tempo, e io ho usato quel tempo per lavorare di più. Che è esattamente il contrario del punto.

La verità è che qualsiasi strumento che ti rende più efficiente può diventare un modo per riempirti la vita di ancora più cose, invece che di cose migliori. La sfida non è produrre di più. È non pubblicare troppo, non disperdersi, non trasformare la potenza di fuoco in caos. E qui, ammetto, la quadra la sto ancora cercando.

Le cose da portarsi a casa

Se dovessi comprimere questa settimana euforica in qualcosa di utile anche per te, sarebbe questo:

  • Guarda cosa fai a mano ogni volta uguale. Quel gesto ripetitivo che ti sembra «veloce» è spesso la vera zavorra: non per il tempo, ma per l'attrito che ti fa rimandare.
  • Fatto è meglio che perfetto. L'ultimo 20% di lima raramente vale l'80% di energia che ti chiede. Pubblica, poi semmai aggiusti.
  • Automatizzare toglie alibi, non solo lavoro. Quando cade la scusa del «non ho tempo», scopri quali progetti stavi solo rimandando.
  • Attenzione a non riempire il vuoto. Il tempo che liberi non deve diventare altro lavoro: dovrebbe diventare lavoro più sensato, o riposo vero.
  • Il tuo valore si sposta. Meno «quanto faccio con le mani», più «quanto bene ho progettato il sistema che lavora per me».

Non ti sto dicendo di seguirmi passo passo. Ti sto solo raccontando dove sto andando, così hai un riferimento: se ti piace la direzione, ti accodi; se non ti piace, ne prendi un'altra. Nel frattempo io torno dietro allo schermo, ma stavolta — giuro — dopo essere passato dalla palestra. Perché nella vita ci vuole costanza, ma anche un minimo di equilibrio.