Sono diventato un'onda sonora (e sto benissimo)
Se state ascoltando questa puntata probabilmente non mi vedete: mi sono trasformato in un'onda sonora che si agita a ritmo di voce. Non è un vezzo artistico, è pura pigrizia strategica. Quando mi sono seduto per registrare e ho visto la mia faccia in camera, ho pensato: no, oggi no. Il bello di un podcast è che lo puoi registrare in piedi, senza luci, senza effetti, pure chiuso in uno sgabuzzino — l'unica cosa che conta è l'audio. Nel momento in cui ci appiccico sopra la mia faccia, mi tolgo da solo l'unico comfort che mi ero guadagnato. Quindi eccomi qua, invisibile e felice, a raccontarvi in che pasticcio bellissimo mi sono infilato.
Ho ucciso Notion in tre giorni
Partiamo dalla notizia grossa: per me è finita l'era delle app. Mi sto costruendo in casa le mie applicazioni web, quelle che aggiungi alla home dello smartphone e all'apertura non hai più la barra del browser tra i piedi — sembra un'app vera, ti confina dentro il suo mondo e amen. La conseguenza più clamorosa è che ho cancellato Notion. Chi mi segue da qualche anno sa quanto fossi dipendente: non facevo le cose se prima non le sapeva Notion, gli chiedevo praticamente il permesso di respirare. E invece, nel giro di tre giorni, si è reso da solo completamente inutile.
Le calorie, le spese, la divisione dei conti con la mia compagna: tutto rifatto in casa, tailor made, con centomila funzioni in più cucite su misura. Questa roba non ha prezzo. Certo, ha anche un piccolo effetto collaterale: mi tiene sveglio la notte. Ma è quel tipo di insonnia entusiasta di chi ha appena scoperto un giocattolo nuovo, non quella brutta.
Il file entra grezzo, esce vestito
Sul fronte lavoro, la svolta è l'editing automatico. La grafica che state guardando adesso — l'onda, i sottotitoli, tutto — prima me la lavoravo a mano su DaVinci Resolve, un'oretta buona a puntata a spostare pixel come un artigiano medievale. Oggi registro, butto il file dentro una cartella, e me lo ritrovo finito: montato, caricato, con copertina, titolo e descrizione già al loro posto.
Attenzione, siamo agli inizi: ci metto ancora un po' le mani, qualcosa da correggere c'è. Ma il 90% del lavoro lo fa la macchina, e vi giuro che mi sembra di vivere in un'altra epoca. La stessa cosa sta succedendo con la pubblicazione sui social e con i funnel, tutto quel percorso invisibile che trasforma una visualizzazione in una mail, la mail in un invito al webinar, e così via. Pezzo dopo pezzo, sto delegando alla macchina tutto ciò in cui non sono bravo — o che semplicemente mi annoia a morte.
Perché sto pubblicando "a cazzo di cane"
Uso un gergo tecnico: in questo periodo sto pubblicando a cazzo di cane. Ho quasi chiuso i reel, tengo attivi due o tre format, le storie le conto sulle dita. E non è un incidente, è una scelta. È il mio eterno vizio del distruggi e ricostruisci: ogni tanto butto giù tutto per rimetterlo su meglio.
Il punto è aritmetico. Voglio fare un sacco di cose, di più, ancora di più — e come sempre pretendo di infilare in 24 ore un carico da 72. Già a togliere otto ore di sonno (io sono sceso a cinque o sei, oltre non si può), metti mangiare, dormire, il bagno, la palestra… non torna. Non essendo ancora riuscito a rubare ore alla giornata, ho concluso che l'unica leva vera sono le automazioni. Sto sacrificando i guadagni di breve — non cerco più sponsor, accetto solo il minimo indispensabile — per costruire un ecosistema che a settembre riparta con una marcia in più. Metà anno, e ho già guadagnato quanto tutto l'anno scorso: potrei spingere, ma preferisco fermarmi ora e pensarla lunga.
La regola numero uno: non sparire
C'è un tarlo che mi rode, ed è onesto ammetterlo: la regola numero uno dei social è non sparire. È anche una piccola paura personale, forse pure un po' irrazionale — quella di essere dimenticato. Il pubblico probabilmente resta lì, non evapora se salti una settimana. Anzi, a rifletterci bene, sarebbe meglio sparire che pubblicare cose brutte. Eppure mi capita lo stesso: piuttosto che tacere quando non ho niente di interessante da dire, a volte apro bocca solo per urlare "ehi, ci sono anch'io". Non serve a niente, lo so, e lo faccio comunque. Ognuno combatte con le proprie disavventure e paga il conto delle proprie scelte.
Tre vaccini e un senso di rinascita
Nel frattempo mi sto riprendendo tutte le buone routine: palestra, cibo sotto controllo, ritmi decenti. E sto riesumando progetti formativi che avevo dato per morti, perché fino a poco fa la tecnologia non era abbastanza sveglia da renderli fattibili. Ora invece, come diceva quel tale, si può fare — e sì, l'ho pensato con lo stesso tono di chi rompe i timpani a mezzo laboratorio. Ho persino fatto tre vaccini in un colpo, roba che non toccavo da un'era geologica, e adesso mi sento vagamente un avventuriero che parte per luoghi remoti. Non lo sono, ma lasciatemi il sogno.
Le cose da portarsi a casa
- A volte fermarsi è la mossa più veloce: investire tempo per automatizzare oggi ti restituisce ore moltiplicate domani.
- Costruisci su misura invece di adattarti agli strumenti: uno strumento cucito sui tuoi bisogni batte dieci app generiche a cui ti pieghi.
- Delega ciò che ti annoia, tieni ciò che ami: automatizza le parti dove non sei bravo e conserva l'energia per quelle che ti danno gioia.
- Il silenzio è meglio del rumore: pubblicare per esistere è una trappola; meglio tacere che aggiungere fuffa al mondo.
- Rispetta la tua aritmetica: il tempo è finito, smetti di far finta che le 24 ore diventino 72 e progetta di conseguenza.
- Sacrifica il breve per il lungo, se il conto torna: rinunciare a un guadagno ora per un sistema più solido dopo è spesso l'affare migliore.


